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La sindrome di Down

Parlarne bene

Indicazioni per giornalisti e per chiunque scriva o parli di sindrome di Down: quali parole evitare, quali usare e perché.

Chiediamo ai media e a chiunque scriva o parli di sindrome di Down di farlo in modo accurato e rispettoso, pensando a tutto il pubblico, comprese le persone con sindrome di Down e le loro famiglie. Prima di pubblicare, dedica un minuto a controllare che il testo segua queste indicazioni e non diffonda falsi luoghi comuni.

Cosa non dire, cosa dire e perché

“Mongoloide”

  • Meglio: persona (bambino, ragazzo, adulto) con sindrome di Down.
  • Perché: nel tempo il termine ha assunto un significato offensivo. In origine serviva a “riconoscere” le persone per una presunta somiglianza dei tratti con la popolazione mongola, con la quale non c’è alcuna relazione.

“Affetto da sindrome di Down” o “malato di sindrome di Down”

  • Meglio: “ha la sindrome di Down”, “con la sindrome di Down”.
  • Perché: la sindrome di Down non è una malattia ma una condizione genetica. Parlare di malattia è inesatto, perché implica tra l’altro una possibile guarigione. La sindrome di Down caratterizza la persona per tutta la vita.

“Un Down”, “un bambino Down”, “un figlio Down”

  • Meglio: una persona, un bambino, un figlio con la sindrome di Down, o che ha la sindrome di Down.
  • Perché: scrivere “persona Down” identifica la persona con la sua condizione. Le persone con sindrome di Down sono prima di tutto persone: la sindrome le caratterizza ma non cancella la loro individualità.

“Ritardato”, “handicappato mentale”

  • Meglio: persona con disabilità intellettiva.
  • Perché: anche qui si identifica la persona con la sua condizione.

“Malattia”, “handicap”

  • Meglio: condizione, o condizione genetica.
  • Perché: la sindrome di Down non è una malattia. L’handicap è il possibile rischio di esclusione che può derivare dall’avere la sindrome di Down: due persone con sindrome di Down, una a Roma e una a Canicattì, hanno la stessa condizione ma non per forza lo stesso handicap.

Contenuto tratto dal sito di AIPD Nazionale. Per capire meglio, leggi Stereotipi e luoghi comuni.

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